È la più importante arbovirosi trasmessa dalle zanzare, il cui agente è un flavivirus (fam. togaviridae) che presenta 4 sierotipi (DEN 1, 2, 3,4).
La Dengue si trova in quasi tutti i paesi tropicali, con epidemie nel periodo delle piogge ad altitudini inferiori ai 700 mt. È diventata endemica del sud-est asiatico, dell’Africa, del Mediterraneo dell’est, della costa ovest del Pacifico, di alcune zone dell’America centro-meridionale.
Il vettore principale è Aedes aegypti, ma occasionalmente anche Aedes albopticus. È probabile che i primi serbatoi siano le scimmie della foresta e che, grazie ad opportuni vettori, la malattia venga trasmessa all’uomo. Il vettore risulta infettante dopo 8-10 giorni dal pasto ematico su soggetto infetto. Non è totalmente esclusa la possibilità di contagio interumano.
Sintomi
È anche detta “febbre spacca-ossa”. Ci sono due diverse manifestazioni cliniche:
Dengue febbrile classica: nel bambino i sintomi sono gli stessi di una qualunque forma influenzale, con faringite, rinite, febbre, tosse e sintomi gastrointestinali.
Nell’adulto si ha un periodo di incubazione di 2-7 giorni, che sfocia poi in febbre alta, cefalea, dolore retro orbitario, iperemia congiuntivale, edema palpebrale (facies della dengue). Tra il II e il VI giorno possono comparire nausea, vomito, anoressia, linfadenopatia e iperestesia cutanea (ipersensibilità).
Con la defervescenza può comparire un rash cutaneo (simile al morbillo) che non interessa mani e piedi e che dura fino a 5 giorni.
Dengue febbrile emorragica: è la manifestazione clinica più temibile in quanto potenzialmente letale, che compare in soggetti che presentano già anticorpi ma non neutralizzanti (ad esempio i bambini con gli anticorpi materni, o soggetti che sono già stati colpiti dalla Dengue ma di un altro sierotipo). Tali anticorpi formano con il virus degli immunocomplessi che attivano la cascata del complemento e della coagulazione, con aumento della permeabilità vascolare. Si ha un andamento bifasico; nella prima fase, dopo un periodo di 2-7 giorni di incubazione, compare febbre alta (che può persistere per diversi giorni e toccare punte di 41 gradi, con il rischio di convulsioni), eritrosi del volto, anoressia e disturbi gastrointestinali. Nella seconda fase si può avere defervescenza con peggioramento delle condizioni cliniche e comparsa di astenia, irritabilità, cianosi del volto (in particolare attorno alla bocca), ipotensione e tachicardia. Possono comparire fenomeni emorragici (petecchie, ecchimosi, sanguinamento delle gengive, sangue nelle feci ed ematemesi). Talvolta si riscontra ingrossamento del fegato. Si può arrivare al collasso cardiocircolatorio.
Diagnosi
esami ematochimici che evidenziano aumento dell’ematocrito, trombocitopenia e diminuzione dei neutrofili in fase di defervescenza.
Esami sierologici per isolare il virus rilevando un aumento del titolo anticorpale . ricerca di IgM che permette di fare diagnosi entro 3 settimane.
Trattamento
La terapia è di supporto ed essenzialmente consiste nel controllo del bilancio idroelettrolitico (per contrastare l’emoconcentrazione ed eventualmente scongiurare il pericolo di shock ipovolemico). Controllare la temperatura perché il soggetto può andare incontro a convulsioni o a disidratazione; evitare l’uso di antipiretici a base di acido acetil salicilico (aspirina) perché possono causare emorragie e sindrome di Reye (utilizzare preferibilmente paracetamolo).
Vaccino
Non esiste vaccino (anche perché è complicato trovarne uno adatto a tutti i sierotipi).